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Gianni Cuperlo - Deputato XIX Legislatura - Camera dei Deputati - Gruppo PD

Per un’Europa libera, forte e giusta

Sabato a Trieste una giornata preziosa.

Di studio, riflessione storica, politica, diplomatica.

Una di quelle occasioni dove riscopri il senso della politica e anche il ruolo prezioso che le aree del Pd possono recare all’elaborazione di una lettura del tempo e delle responsabilità per la sinistra.

Forse qualcuno tra voi (dai commenti di ieri si capiva) ha seguito in parte o in tutto la giornata, ma oggi (sistemati gli appunti) vi allego qui sotto le cose dette da ma in apertura.

Buona serata e un abbraccio

*

Grazie per essere qui.

Grazie a Maria Luisa e Caterina.

Sarà una giornata ricca e molto intensa.

L’abbiamo voluta, come Promessa Democratica e Dems, nella convinzione che questa città, questa regione, abbiano un ruolo fondamentale nella costruzione dell’Europa che sarà.

“Dice un proverbio di quella parte d’Europa ai cui destini è così legata questa città che dopo qualche giorno in un paese straniero si è talmente certi di aver capito tutto che è difficile resistere alla tentazione di dedicargli un libro; che se in quel paese ci si resta per qualche mese tutt’al più ci si arrischierà a pubblicare un breve articolo; e che, se la permanenza si protrae oltre, con ogni probabilità, non verrà scritto nulla”.

Forse per il confine orientale, e giù a scendere verso i Balcani, quel monito andrebbe scolpito nella mente e nella coscienza delle classi dirigenti.

Della politica, ma non solo.

Perché solamente cogliendo la complessità di questo pezzo d’Europa – Europa politica, geografica, culturale – si rende giustizia di troppe pagine di storia piegate all’interesse o alla propaganda.

Ne sono scaturite rimozioni, e a lungo una perdita del senso storico di vicende maneggiate col bastone al posto della ragione e dei sentimenti.

C’è chi ha spiegato perché tra il termine “confine” e il concetto di “frontiera” vi sia una differenza.

Il confine è la sbarra.

La linea che separa due Stati.

La frontiera la sbarra contiene, ma si estende di là e di qua da quella.

La frontiera è uno spazio più ampio dove lingue, confessioni religiose, nazionalità, culture, tradizioni e riti si mescolano in uno scambio che può condurre al rispetto e alla convivenza.

Oppure degradare nel conflitto più brutale.

Quello capace di espellere chi si ritiene un pericolo o un nemico.

L’Europa ha conosciuto parabole simili in momenti e luoghi diversi.

Ma su questa terra – su questo confine – tutto ciò è divenuto tratto del secolo che abbiamo alle spalle.

E forse anche per questo fa impressione vivere un tempo che restituisce una guerra di trincea – combattuta sulla conquista dei metri di terra – a un paio d’ore di volo da dove siamo.

Nel cuore dell’Europa che volevamo pacificata per sempre.

E che la guerra l’aveva rivissuta nella forma più devastante ai piedi degli anni ’90 non lontano da qui.

Rada Ivekovic, filosofa croata, ha spiegato perché i Balcani rappresentano “il rimosso, l’inconscio, l’interiorità, e quindi la verità dell’Europa”.

Lo si può tradurre anche così: noi europei siamo molto poco innocenti verso malattie che affondano per intero nella nostra parabola.

Persecuzioni, inquisizioni, pena di morte e colonialismo sino agli stermini su base etnica.

Sono tutte patologie sperimentate a più riprese nel mondo.

Ma generate da noi.

Salvo che l’Europa ha saputo cambiare il proprio destino.

E dopo le tragedie peggiori ha fondato una civiltà della tolleranza, del dialogo, della pace.

Se siamo qui è perché sentiamo, come tutti, che quella civiltà oggi corre dei rischi.

E che nella prospettiva di un allargamento verso l’Est vi è anche la possibilità di annullare quei rischi che gravano come un incubo sul futuro di tutti.

Per molte ragioni l’interesse dell’Europa a ricongiungersi ai Balcani coincide oggi con l’interesse di quei paesi a un legame più saldo con noi.

Ecco perché dovrebbe essere un’ansia della nuova Europa tematizzare l’area, ricostruirne la natura senza scordarsi della regola base: lì da sempre convivono identità molteplici che vanno rispettate in quanto tali.

Poi però c’è l’attualità.

La “storia in atto” come avrebbe detto un mio maestro.

Quella storia dice che l’invasione dell’Ucraina ha resuscitato la “questione d’oriente”.

Non come un balzo all’indietro nell’Ottocento, ma come il ripresentarsi del legame mai lineare tra il mondo e l’Occidente.

Non serviva la tragedia ucraina per capire che problemi sociali, economici e politici “univano le sponde dell’Adriatico e del Mar Nero”.

Del resto anche in questo caso a dirlo sono le trame lunghe della storia.

Con le loro code.

Se a metà dell’Ottocento tra Stettino, Atene e Odessa c’erano quattro entità statali, oggi se ne contano diciotto.

Col dettaglio che alcune dinamiche di ora non sono diverse da quelle che portavano le cancellerie di allora a competere tra i Balcani e il Mar Nero assai prima dello sparo di Sarajevo.

Anche per tutto questo i Balcani allargati che da questa città si spingono alla periferia di Luhans’k sono un problema dell’Italia.

Lo sono perché quello che oggi accade in Ucraina ha ricadute sulle fratture antiche della penisola balcanica.

Come spiega Laris Gaiser: “l’invasione russa ha tolto di colpo all’Unione Europea la possibilità di tentennare con i Balcani”.

Dunque quel percorso di integrazione va accelerato.

Superando le resistenze tedesche e facendo dell’Italia un attore del processo.

Anche nell’interesse di scambi commerciali che negli ultimi anni ci hanno visto penalizzati.

Abbiamo ceduto posti e primati a paesi nostri concorrenti in Kosovo, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord.

Manteniamo il vantaggio solo in Croazia.

Anche questo è frutto della difficoltà a fare sistema in uno spazio definito da sempre importante, ma senza che il principio si sia tradotto in un vero coordinamento strategico.

Abbiamo continuato a fornire uomini e mezzi per stabilizzare quello spazio senza ottenere in cambio grandi ritorni sistemici.

Quindi sì, verso un allargamento assennato, ma appunto, governato da una politica matura nella difesa dei principi è giusto procedere.

Anche colmando i vuoti degli anni alle spalle.

Perché dopo l’adesione della Croazia nel 2013, l’allargamento non ha fatto passi avanti nella sostanza.

A essere sinceri è accaduto in parte per una lentezza nel percorso di riforme dei paesi candidati, ma ha pesato l’atteggiamento

diffidente di alcuni governi dell’Unione.

Un eccesso di cautela e un surplus di burocrazia hanno rallentato un processo che le due guerre, in Ucraina e in Israele e Palestina, restituiscono nella sua necessità.

Forse solo un’esigenza di sicurezza dell’Unione Europea può spingere a superare quelle lentezze.

Tanto più che altri soggetti della nuova scena globale non si fanno scrupolo di avanzare le loro ambizioni.

Cina, Russia, Turchia.

Ciascuno di quei paesi – o aspiranti “imperi” – coltiva i propri interessi.

Per alcuni – Russia e Turchia in primis – non si tratta di una novità.

Sul legame tra Mosca e Belgrado pesa la storia di ieri.

La Cina si è affacciata in Croazia mentre Istanbul coltiva la sua influenza sulle aree musulmane.

Diciamo che nei nuovi equilibri il tempo diventa una variabile decisiva.

L’Unione Europea incalzata dalla guerra ha aperto le porte a Ucraina e Moldavia e una strategia di allargamento serve a contrastare l’espansione degli altri: russi e cinesi in testa.

Sullo sfondo resta il nodo del sistema decisionale dell’Unione.

E su questo anche l’Italia è impegnata a cercare i voti necessari a superare la logica dell’unanimità.

Ma è tutto il mondo euro atlantico, stretto da elezioni delicatissime sulle sue sponde dell’oceano, a non manifestare una visione chiara di dove si vuole andare.

La realtà è che oggi la questione d’Oriente non è una replica della “guerra fredda”.

Quella questione chiede compromessi e soluzioni collocate pienamente nelle dinamiche geopolitiche e nei conflitti aperti.

La stessa soluzione ucraina si lega ai Balcani e viceversa.

Cito ancora Gaiser: “Non ci sarà pace nelle steppe orientali senza che queste vengano gestite in pacchetto con le questioni sospese nell’aria al termine della tangenziale di Trieste”.

Ecco perché non è più possibile proclamare a parole che Trieste e i Balcani sono una priorità e poi lasciare che i fatti smentiscano la premessa.

Il punto è che senza una politica estera comune anche quell’allargamento può rimanere nel limbo del non detto.

Nell’ultima fase il governo italiano non è stato immobile.

Ne parleranno relatori autorevoli a partire dall’ambasciatore Benassi che ringrazio.

La presidente Meloni ha detto

di “voler portare più Italia nei Balcani, partendo da Trieste”.

Parole apprezzabili, seppure finora limitate ai buoni propositi.

Il punto è che negli anni abbiamo sviluppato molti rapporti bilaterali, ma mancato l’appuntamento decisivo: dotare l’Italia di una strategia d’insieme per questa zona dell’Europa che c’è stata e che sarà.

La sfida per l’Italia è farsi attore fondamentale anche in rapporto alle cancellerie: da Washington a Varsavia, da Parigi ad Ankara.

Noi oggi siamo qui nella convinzione che le sole parole non bastano.

E che tocca al Pd e alla sinistra socialista in Europa dotarsi di una strategia dell’integrazione per questi luoghi carichi di tanta storia e in potenza di molto futuro.

Dobbiamo farlo bene e presto perché i conflitti aperti oggi fuori dai confini dell’Unione rendono pressante il bisogno di nuove garanzie di pace per i suoi membri.

Ecco perché ha senso riflettere sui passi opportuni per coinvolgere da subito i paesi candidati sugli snodi che possono favorire politiche condivise (anche prima dell’ingresso formale di quei paesi).

Dalle migrazioni nella gestione della rotta balcanica allo stesso ruolo da assumere nei conflitti in atto.

Insomma, pensare a forme graduali di un loro coinvolgimento come potrebbe essere una veste di osservatori (con diritto di parola e non di voto) nelle riunioni del Consiglio europeo.

Ecco, tutto questo lo diciamo oggi da qui.

Da una città a lungo contesa e lacerata da ideologie e nazionalismi, ma che negli anni ha saputo trovare la via della riconciliazione e dell’integrazione delle sue diverse anime.

Non era scontato.

E oggi confessioni religiose diverse si incontrano e discutono assieme su come rafforzare l’unità e la convivenza.

Un messaggio potente, non solo per i Balcani.

Un messaggio che qualcuno nei palazzi del potere romani dovrebbe ascoltare e rispettare di più.

Nel 1910 a Sarajevo si pubblicavano ottantanove giornali.

Undici erano scritti in tedesco, due in turco, uno in spagnolo, un altro in ungherese e un paio erano bilingui, usavano il tedesco e il serbo-croato.

È vero, la ricchezza in sé non ha impedito lo scoppio della guerra, ma se pensiamo all’oggi, quale rimedio migliore contro i nazionalismi di ritorno della presenza agli angoli di strada di edicole colorate dove si affacciano acquirenti abituati a orecchiare lingue diverse?

Hvala, ker ste tukaj in uspešno delo.

Grazie di essere qui e buon lavoro.

Gianni Cuperlo