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Gianni Cuperlo - Deputato XIX Legislatura - Camera dei Deputati - Gruppo PD

“Sul Decreto Lavoro un giudizio severo”

Il testo dell’intervento:

Grazie presidente.

Su questo decreto abbiamo espresso un giudizio severo che ancora oggi altri colleghi del mio gruppo hanno motivato con argomenti solidi e dettagliati.

D’altra parte siamo l’opposizione e si potrebbe pensare che svolgiamo semplicemente il nostro compito.

E però nel caso di questo decreto c’è qualcosa che va oltre la divisione dei ruoli all’interno di quest’Aula.

Nel caso nostro è l’intreccio tra una valutazione di merito sulle misure che avanzate e il giudizio sulla cultura che le ispira.

Se volete, a partire dal calendario: dal titolo e dalla data che avete scelto.

“Decreto lavoro”: lo avete battezzato così.

E lo avete varato in un giorno altamente simbolico.

Quel Primo Maggio – Festa dei Lavoratori istituita più di 130 anni fa – e che nella storia ha visto l’umanità degli operai, dell’impiego salariato, della precarietà, e di pensionati, e giovani e donne rivendicare il riconoscimento di un valore primario: la loro dignità.

Per voi l’occasione era imperdibile.

La mattina che vedeva le piazze riempirsi e sfilare nella richiesta di tutele per chi non ne possiede, il governo licenziava un decreto che quelle piazze avrebbe dovuto tacitare mostrando il volto più concreto del nuovo potere verso gli ultimi, i penultimi e i terzultimi della fila.

Questo almeno il racconto pensato per convincere milioni di italiani che la musica era cambiata.

Che era finito il tempo di un’assistenza costosa per migliaia di sfaccendati abbandonati sul divano e che si tornava al primato dell’impegno, della fatica, del merito.

Con lo stesso spirito per tutta la campagna elettorale avevate promesso di esibire lo scalpo del reddito di cittadinanza.

E alla fine, un po’ come in quei b-movie ambientati nel vecchio west – quelli meno epici e più pistoleri – alla fine lo scalpo lo avete esibito.

Col risultato di togliere l’unico sostegno universalistico a una serie di categorie che, a vostro avviso, non lo meritano.

E lasciandolo come una carità a quanti non potevate negarlo.

Donne e uomini ultra sessantenni, con un minore o un disabile in carico.

E questo nonostante i dati dell’ANPAL dicano che solo il 3 per cento dei percettori di quel sostegno è realmente occupabile.

Ma questo, vedete, è il primo segnale di quella coerenza tra il merito che avete scelto e la cultura che lo legittima.

Non solo perché sopprimete la misura universalistica che per tanti è stata condizione di sopravvivenza, prevista in tutta Europa e introdotta qui con un grave ritardo.

Da principio col nostro reddito di inclusione.

Poi con quel reddito di cittadinanza divenuto ai vostri occhi un drappo rosso piovuto nell’arena.

Con la vostra norma il 50 per cento delle persone che quel reddito hanno sinora percepito lo perderanno.

Ma vi siete almeno chiesti, in un sussulto di compassione, cosa accadrà in quelle case?

In quelle famiglie?

Lasciate stare noi, l’opposizione.

Ascoltate la Caritas che nelle audizioni al Senato vi ha spiegato perché l’occupabilità di una persona non dipende solo dall’età.

Ma vi incidono molti altri elementi: la sua formazione, il contesto sociale dove nasce e dove vive, come qui ha ricordato la collega Guerra.

Vedete, basterebbe questo a rendere insopportabile l’abuso di potere che vi spinge a precipitare nell’angoscia centinaia di migliaia di famiglie messe nella condizione di non quadrare più l’affitto con le bollette e il carrello della spesa da riempire il sabato.

Oltre a questo però ciò che vi distingue – forse inconsapevolmente, ma ne dubito – è la vostra concezione della povertà.

Nel senso che quella metafora sgraziata del divano, del rubare i soldi allo Stato invece che impegnarsi a cercare un lavoro, rivela fino in fondo una concezione della povertà come colpa da espiare.

E non un’ingiustizia da combattere.

Eppure non vi siete accontentati neppure di questo.

Avete voluto introdurre un’aggravante.

Vi ricordate quando durante l’ultima sessione di bilancio avete impedito l’adozione di un semplice aggettivo?

Si dice che nella lingua italiana gli aggettivi abbiano una funzione descrittiva, ma non sempre è così.

Nel caso specifico, l’aggettivo era, “congrua”.

Si riferiva al fatto che l’offerta di un impiego a un percettore del reddito di cittadinanza doveva risultare compatibile con le sue condizioni di vita in termini di retribuzione, ruolo.

E luogo dell’impiego che gli veniva proposto.

Per capirci, se l’offerta del lavoro contempla un reddito di 900 o 1000 euro mensili, ma prevede il trasferimento dalla casa di residenza a decine di chilometri di distanza, è evidente che quell’offerta congrua non è e rischia solamente di peggiorare l’esistenza di quella famiglia.

Ora, l’idea che la povertà si debba considerare una colpa non è – questo desidero che lo sappiate, ma immagino lo sappiate già – un vostro copyright.

Insomma, una vostra esclusiva.

Quell’impostazione ha una tradizione consolidata nel pensiero più conservatore e reazionario.

Esiste una legge inglese di moltissimi anni fa, forse un secolo e mezzo, più o meno.

Mi pare si chiamasse “New poor law”.

Prevedeva che qualunque persona senza un’occupazione e un tetto sulla testa fosse obbligata ad accettare un impiego a qualsivoglia condizione e con qualsiasi salario, anche il più infimo nello sfruttamento del suo corpo e delle sue braccia.

Se rifiutavano la pena era il ricovero coatto all’ospizio dei poveri.

Bene, di quella antica legge, anche volendolo, non trovate traccia nei documenti dei partiti di maggioranza o di opposizione di quel paese.

Però, sempre volendolo e con poco sforzo, potete trovarla descritta nelle prime pagine di Oliver Twist.

Charles Dickens.

1837.

Come vedete, nulla di nuovo sotto il sole.

Salvo che noi pensavamo, e speravamo, che in un paese quale il nostro i riferimenti al valore del lavoro, alla dignità del lavoro, potessero trovare uno sviluppo diverso.

Una diversa evoluzione.

Fosse solo per quella dose di empatia, di vicinanza umana, che dovrebbe spingere le élite al potere a coltivare una tensione e cura costanti verso quelle che tempo addietro si sono battezzate “vite di scarto”.

Ma voi avevate bisogno di risorse, come tutti i governi del resto.

La differenza, però, la fanno le scelte che ogni singolo governo compie su dove andare a cercarle quelle risorse.

Per dire, avete presente il richiamo sul fatto che non vi sarebbe più alcuna distinzione tra destra e sinistra e che a contare sarebbe solamente la concretezza delle soluzioni?

Per un istante prendiamolo per buono, anche se personalmente la considero un’assurdità.

Ma ragioniamo pure sulle soluzioni.

Un governo può scegliere di andare a cercare le risorse che servono a fare del bene agli ultimi e penultimi recuperando una quota dei cento e passa miliardi di evasione fiscale di questo paese.

Cosa ci sarebbe di male?

Al fondo, chi evade il fisco entra di diritto dentro lo schema descritto dal professor Cipolla nel suo teorema sulle regole della stupidità umana.

Secondo la teoria nel quadrante dell’egoismo si colloca chi compiendo un atto dannoso per la comunità sceglie di favorire unicamente sé stesso.

Allo stesso modo, sempre in quel teorema, il quadrante della massima virtù coincide, all’opposto, con l’intelligenza di compiere azioni che beneficiano chi le fa e contestualmente tutti gli altri.

Bene, pagare le tasse rientra a pieno titolo nel quadrante della virtù.

Vuol dire garantire a me stesso che in caso di bisogno sarò assistito da un ospedale pubblico con professionalità (ammesso che non costringiate altre migliaia di medici e infermieri a fuggire per i tagli insostenibili del settore).

Mentre non pagare le tasse equivale a un danno della comunità, e dunque dello Stato e di chi lo gestisce, che si trova a disporre di risorse inferiori a quelle che sarebbero necessarie.

Ora come sapete il quadrante del teorema dove è più sgradevole ritrovarsi è quello che contempla la scelta di agire in danno di sé stessi e allo stesso tempo procurando danno agli altri.

Secondo il teorema in quel caso si entra nel contesto più delicato: quello della stupidità umana.

Ora, senza volere esprimere giudizi, tantomeno offensivi, essendo voi la maggioranza che oggi guida il paese, e quindi il governo, chiedo appunto a voi, in base a questa logica, di giudicare dove andrebbe collocata l’affermazione secondo cui pagare le tasse corrisponderebbe a un “pizzo di Stato”!

Dunque, voi avevate bisogno di risorse e non avete deciso di andare a prenderle nel mare profondo dell’evasione.

No.

Voi le avete prese dalla misura del reddito di cittadinanza per consentirvi di dire in quella giornata del Primo Maggio che avreste tagliato il famoso cuneo fiscale.

Salvo il dettaglio che non l’avete fatto in forma strutturale, cioè in modo permanente.

Ma vi siete limitati a prevederlo a una scadenza discretamente ravvicinata: la fine di quest’anno.

Che poi è come dire a un ragazzo appena diplomato con ottimi voti che finalmente avrà il motorino agognato.

E glielo si consegna pure, corredato di libretto, chiavi in mano e assicurazione.

Ma quando è già saliti in sella gli si comunica che il mezzo è a scadenza.

Come lo yogurt.

Sarà felice il ragazzo?

Lo lasciamo valutare a voi.

Noi abbiamo avanzato proposte, emendamenti, sia al Senato che qui, per rendere strutturale quel taglio, ma nonostante avessimo indicato le coperture possibili non avete ritenuto di ascoltare almeno una volta la voce dell’opposizione.

Vi abbiamo anche chiesto, nel contesto di questa discussione oltre che in passato, di cambiare rotta sul salario minimo.

Altra misura prevista ovunque salvo che qui e in una manciata di paesi, per altro non dei migliori.

Ma anche su questo la vostra saracinesca è rimasta abbassata.

Perché per la vostra visione del paese la competitività delle imprese non passa da un incremento della produttività.

Da investimenti mirati su ricerca e sviluppo e per una vera innovazione nella qualità del lavoro e dei prodotti.

La vostra strada è sempre la stessa, quella che ha spinto al declino di tanti nostri comparti produttivi.

Una compressione di salari già colpiti dall’inflazione: quella sì, la tassa più ingiusta.

E tutto questo in un paese – il nostro – dove un terzo dei dipendenti privati non raggiunge i 12 mila euro di salario annuale.

Dove la disoccupazione tra i giovani sfiora un quarto del totale.

Dove il 12 per cento dei lavoratori vive in condizione di povertà e 3 milioni di lavoratori risultano essere irregolari.

Ecco perché servirebbe investire sulla lotta alla precarietà.

Per contrastare ingiustizie insopportabili e favorire la competitività della nostra economia.

Basterebbero tre mosse simultanee, e rubo la sintesi a Fabrizio Barca.

Un’efficacia erga omnes dei contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali “rappresentative”.

Una soglia minima legale per il salario di ogni lavoratrice e lavoratore.

Il rafforzamento e l’unificazione delle capacità ispettive.

Ma è esattamente l’opposto di quello che fate voi.

E allora vedete, anche nel caso del salario minimo, più delle parole a contare sono le storie, le vite.

Oggi nella sola logistica migliaia di lavoratori inquadrati formalmente come addetti alla vigilanza sono pagati 5 euro e 37 centesimi l’ora per un totale di 173 ore mensili, con una retribuzione netta di 650 euro.

Significa rimanere molto al di sotto della soglia di povertà.

Parliamo di retribuzioni non indicizzate all’inflazione che negli ultimi due anni si è mangiata quasi il 15 per cento del potere d’acquisto di queste fasce di occupati.

In questi segmenti produttivi anche i sindacati faticano a entrare mentre molti di questi lavoratori vengono inquadrati come autonomi anziché dipendenti.

Parliamo di una giungla dei contratti e delle retribuzioni dove sarebbe necessario intervenire con una legge sulla rappresentanza in modo da disboscare la selva di accordi fittizi o pirata.

Ma dove soprattutto un salario minimo – insisto, applicato in gran parte dei paesi OCSE – farebbe emergere dal sottosuolo la dignità di donne e uomini, spesso giovani e con bassa qualifica, che non meritano il destino al quale la politica in questi anni li ha relegati.

A conferma di questo, dal Regno Unito alla Germania, in paesi che da poco tempo hanno introdotto una misura simile, si sono ridotte le disuguaglianze di salario senza che ciò abbia penalizzato i livelli occupazionali.

Come vedete, colleghe e colleghi, sul merito delle misure che intendete approvare le nostre obiezioni e contro proposte hanno provato a correggere un provvedimento scritto male e pensato peggio.

Per molti versi un provvedimento offensivo verso qualche milione di italiani, lavoratori e disoccupati, che non avrebbero voluto ricevere benevolenza o carità.

Ma solo certezza del diritto in un paese che troppo spesso quella certezza calpesta.

Il dramma di salari bloccati da trent’anni, i contratti scaduti e non rinnovati per milioni di lavoratrici e lavoratori, sono tutti elementi che condannano all’irrilevanza quel capolavoro di significato e linguaggio scolpito all’articolo 36 della nostra Costituzione.

“Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Libera e dignitosa, appunto.

Perché libertà e dignità sono sempre stati caposaldi di una concezione matura del lavoro e del valore che aveva, e dovrebbe tornare ad avere, nella vita delle persone.

Sapete perché in apertura dei vecchi copioni teatrali, di commedie o tragedie passate alla storia e che ancora si rappresentano sui palcoscenici di mezzo mondo, i personaggi vengono descritti con nome, cognome, il grado di parentela, e quasi sempre con il mestiere, la professione che esercitano?

Perché indicare quella qualifica era una prima nota di regia.

Era il modo di dettagliare natura e identità del personaggio.

Persino la sua psicologia, nella consapevolezza che un ciabattino non osservasse il mondo con gli stessi occhi di un aristocratico.

Ma è tutta la nostra cultura, la letteratura, intrisa di questo significato.

Quando Pinocchio viene turlupinato dal gatto e la volpe che lo convincono a sotterrare gli zecchini nel campo dei miracoli, l’argomento che i lestofanti utilizzano è che la mattina dopo lui, Pinocchio, avrebbe trovato appesi all’albero tanti zecchini d’oro – testuale nella lingua di Collodi – “quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno”.

Che non è una formula buttata lì tanto per dire.

Voleva esprimere il contrasto tra l’arricchimento facile paventato dai due imbroglioni (potremmo paragonarlo alla speculazione finanziaria) e la fatica del lavoro, della cura della terra, affinché produca dai semi il frutto, il grano, e la sorgente del cibo.

Il cibo, che poi è la prima fonte della dignità.

Capite perché prendendovela con quelli che col reddito di cittadinanza sono sopravvissuti, reintroducendo i voucher e alimentando ancora di più il lavoro precario, sventolando il taglio del cuneo al caldo dell’estate ignorando cosa sarà dell’inverno, voi pensate di guadagnare qualche consenso. Ma nemmeno su questo cullerei grandi certezze.

So, invece, che mancate all’appuntamento più prezioso: quello con la storia migliore del paese.

Con un’etica del lavoro che in tanti abbiamo conosciuto da ragazzi dentro le nostre famiglie, per la testimonianza di genitori, nonni, parenti magari lontani.

E che alcuni tra noi hanno conosciuto dentro circoli e sezioni dei partiti dove abbiamo militato o militiamo e dove poteva accadere che l’operaio discutesse da pari a pari col primario o il preside di facoltà perché accomunati dall’idea che il lavoro di ciascuno fosse sempre meritevole della massima considerazione e dignità.

Noi siamo l’opposizione.

Noi facciamo l’opposizione.

Anche se proviamo a ragionare in quest’Aula per migliorare provvedimenti che trovano sempre un muro da parte vostra.

Che dirvi?

Continueremo a farlo.

Ma per la semplice ragione che crediamo sia giusto per la principale forza della sinistra farsi carico di quante e quanti qui dentro non hanno voce.

Presidente, care colleghe e colleghi,

dare voce a chi non ne ha e rivendica i propri diritti lo si può fare in modi diversi.

La sola cosa che di fatto è impedita è farlo mancando a loro – alle donne e agli uomini che lavorano – il rispetto di sé.

Questo non sempre la politica lo ha compreso.

Invece dopo la tragedia della guerra lo compresero benissimo Paolo Grassi e Giorgio Strehler, e il Piccolo Teatro di Milano, che grazie al Comune e a un sindaco illuminato, nella sala storica di Via Rovello avevano fondato il primo teatro stabile del paese.

E sapete cosa fecero?

Decisero che il lunedì – ogni lunedì – alle 19.30 ci fosse una replica straordinaria dello spettacolo in cartellone.

Poteva essere Goldoni, Shakespeare, Cechov o Moliere.

Quella replica era dedicata agli operai.

Alle lavoratrici e ai lavoratori che finivano il turno alle 18.30.

La maggior parte di quelli non abitava a Milano, nelle case del centro.

Venivano da Sesto San Giovanni e altri comuni della provincia.

E allora cosa s’inventarono?

Due cose.

Che assieme al biglietto della replica consegnavano a tutti un sacchetto con dentro un panino e una bibita.

E che alla fine dello spettacolo, in assenza di mezzi pubblici, fuori dal teatro avrebbero trovato degli autobus per riportare a casa quegli spettatori nuovi – i più preziosi – che la mattina dopo avevano da stare in fabbrica o in ufficio.

Vedete cosa vuol dire pensare al lavoro come al complemento di una vita piena?

Vissuta, nel calore della dignità e della cultura.

Tutto qui.

Ma sapete qual è la realtà?

La più sincera per noi.

La più triste per voi?

Che sul divano non ci sono i fannulloni.

Sul divano ci siete voi!

Anche per questo – per non lasciarvi comodi dove state – voteremo contro al vostro decreto.